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  HO INTERVISTATO MIA MOGLIE, LO SCRITTORE

Venerdì di Repubblica, 26 ottobre 2001, intervista di Sergio Castellitto


Castellitto e Mazzantini: due attori, tre figli. Sette anni dopo "Il catino di zinco" lei torna con un romanzo in cui si cala nei panni di un uomo. Abbiamo chiesto al marito di vederci più chiaro.

Era novembre, eravamo a Parigi. Comprò in un negozietto di pergamene e pennini d'epoca un piccolo quaderno con una copertina nera. La sera stessa in albergo la vidi incastrarsi in una poltrona, le gambe annodate. Aprì il quaderno e cominciò a scrivere qualcosa. Non le chiesi nulla, mi piaceva quella sua privatezza.
Dopo qualche giorno in un ristorante cinese mi passò il quaderno facendolo scorrere sul tavolo. Un gesto timido eppure risoluto, una specie di guado. Lessi, anzi tentai di leggere. Impossibile: calligrafia indecifrabile, quasi un codice. Fu lei a leggere alla fine. Erano le prime pagine de "Il catino di zinco", il suo primo romanzo.

Sono passati 14 anni da quei giorni di Parigi, e sette dalla pubblicazione del libro. In tutto questo tempo Margaret non ha mai smesso di scrivere, il suo computer è zeppo di file che custodiscono storie, racconti, idee. Ma ha fatto anche tre figli (io le ho dato una mano), ha cucinato quantità industriali di pranzi e cene, bevuto interminabili tazze di tè, comprato molti libri e moltissime paia di scarpe.
Perché "la Mazzantini" (così mi diverto ancora a chiamarla dai tempi in cui era una giovane étoile del teatro), non divide, non sa dividere, la vita dal suo talento. Ancora oggi, quando la vedo cliccare sul suo computer (dove solo lei sa individuare l'ubicazione delle lettere cancellate dall'uso), riconosco il gesto fatale con cui mi passò quel quadernino. Riconosco ancora quel guado. Ho la sensazione del passaggio di un fantasma attraverso una parete, come in certi vecchi gustosi film di paura. Va a trovare i suoi personaggi, e da questi "viaggi" torna sempre con l'anima sudata. Come dopo una corsa rigenerante ma faticosa. E torna a vivere insieme a noi, sistema la mia cravatta, corregge i compiti di suo figlio, proibisce rigorosamente a tutti di vedere troppa televisione.

Da pochi giorni è in libreria "Non ti muovere", il suo nuovo romanzo.

Mi hanno chiesto di intervistarti.
Ci verrà da ridere.

Dipende dalle domande.
No, a noi viene sempre da ridere.

Quando ho letto la prima stesura di "Non ti muovere", ho pianto.
Mi piace quando piangi, è un buon segno.

Perché?
L'emozione che non si controlla è sempre un buon segno. Poi mi piace che lo dici, che non ti vergogni a dirlo.

Non mi vergogno. Mi ha emozionato riconoscere così tanta vita in un libro. Tutto quello che racconti è inventato, eppure mi sembra che appartenga alla vita, a quello che sento o che desidero. O di cui ho paura. E poi c'è quello stupore che si rinnova ogni volta che leggo qualcosa di tuo. Mi chiedo chi sei.
Sono io. Quella che ti prepara le valigie.

Tu dici sempre che le storie ti arrivano. "Non ti muovere" da dove ti è arrivata?
Mi è arrivata cinque anni fa, ho visto una donna in treno, non aveva prenotazione, si guardava intorno, e più che un posto a sedere sembrava cercare un posto dove stare nella vita. Una donna umile, non bella, ma con una sua strana riservatezza. Magari non nascondeva nulla, ma a me sembrò che avesse un segreto. Così ho cominciato a immaginare.

E' una storia d'amore.
Ci vuole molto coraggio.

A scriverla?
No, scriverla è un lusso. Ci vuole coraggio in amore. Bisogna rinunciare, aggredire, temere, pretendere.

Tu hai sempre preteso molto da me.
Tu sei un uomo tollerante, ti piace offrire.

Anche a te piace offrire, però sei un po' meno tollerante di me...
Anche questo è un lusso che mi hai regalato.

Per la prima volta scrivi un libro raccontato in prima persona da un uomo, Timoteo. Perché?
Volevo entrare nella testa di un uomo.

Per smascherarmi?
Tu non sei Timoteo, lui è un chirurgo, un uomo che anestetizza i corpi e le emozioni. L'amore per Italia lo scaraventa lontano da se stesso.

Italia... che donna speciale. Sottomessa e potente.
Non è la donna che tutti gli uomini vorrebbero?

Non credo, noi uomini difficilmente amiamo perderci.
Meglio la calma rassicurante di Elsa, la moglie...

Elsa che vede solo ciò che vuole vedere, che denuncia solo ciò che è conveniente denunciare.
Non credere, anche lei è piena di coraggio.

Tu difendi sempre i tuoi personaggi, li smascheri e li proteggi.
Come faccio con te?

Parlami di Angela, la figlia adolescente del protagonista. Perché questa storia d'amore così estrema, scabrosa, Timoteo decide di raccontarla a lei?
Timoteo sta per perderla. Tutta la sua esperienza di chirurgo vale meno di niente, l'unico modo che ha per tenere in vita sua figlia è raccontarle qualcosa che appartiene al sangue, all'anima, alla vita vera insomma.

Per risarcirla?
Per risarcire tutte le donne che ha conosciuto.

"Non ti muovere", il titolo, ha il senso di una domanda, di una supplica, di un ordine. Torna spesso nel libro, buttato via, o messo lì come un imperativo.
Torna spesso nella vita il desiderio che qualcuno ci resti vicino.

Anche la lingua è diversa dai libri precedenti, meno studiata, più sorgiva.
Anche quando sembrava più studiata, non ricordo d'aver mai studiato. La lingua nasce con uno scrittore, è una sentinella che sorveglia i suoi mutamenti. Quello che so è che questa storia è emersa da una terra in movimento, un'eruzione solo a tratti controllata. Io lavoro per accumulo, lo sai. Il problema poi è fare ordine dopo il terremoto.

Sei più serena adesso?
Dopo il parto c'è il secondamento.

Pensi che le donne ameranno questo libro?
Penso di sì.

E gli uomini?
Spero di sì.

 

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©2004 - Margaret Mazzantini credits