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Panorama del 5 settembre 2002, intervista di Stella Pende
Il suo romanzo, il più straziante di questa stagione letteraria, ha vinto il premio Strega. L'autrice si confessa. Non è un libro "furbo", dice, poiché smaschera con vera sofferenza l'amore e la vita. La scrittrice rabdomante Margaret Mazzantini, star del prossimo Festivaletteratura di Mantova, passa le sue vacanze in Toscana sulla chioma di una collina imbiondita dai fiori. La strada è un serpente che punta dritto alle nuvole. Non arriverò mai... Invece sì, perché al volante dell'Ape Piaggio che mi sfiora c'è suo marito Sergio Castellitto, bello, col nasone quasi ingoiato dall'abbronzatura. Con lui Maria, 6 anni, e Pietro, primogenito. E all'arrivo sul prato c'è anche Anna, la piccoletta. Ma coma avrà fatto Mazzantini, con una famiglia così beata, a scrivere Non ti muovere, il libro più straziante di questa stagione letteraria? Come ha potuto, con uno sposo così perfetto, prestare l'anima e la voce a Timoteo, un padre che davanti alla figlia morente confessa un amore estremo e segreto?
E' la scrittrice in persona, apparsa improvvisamente, a rispondere: "Forse è proprio per l'amore di Sergio che ho potuto raccontare dello strazio di Timoteo. E' per esorcizzare le paure sui figli che ho voluto scrivere di Angela e del suo cervello aperto. E' perché ho un'anima sudata che ho raccontato Italia." Respira forte. "E una volta partita, scrivo senza parabordi. Affondo dentro il mio dolore, lo cullo. Mi sporco il cuore. Scendo all'inferno con i miei personaggi. Poi ritorno e mi salvo con loro." Eccola, Margaret Mazzantini, proprio come la pensavo. Proprio come il suo libro. Drammatica e impetuosa, ma graffiante di vita. Dannata e fosforescente. Bella, sofisticata, ma anche una che hai sempre conosciuto. Magra, occhi, bocca e capelli lucidi all'indietro. Piccola moschettiera del Duemila. "Vieni che ti faccio vedere la casa" dice usando da subito quel tu che è l'io narrante quasi ossessivo del suo libro.
La casa è accesa dai colori. Su ogni divano, tavolo, comò, ci sono le sue mani. "Li ho dipinti tutti io, sai? Scartavetri il vecchio legno e usi colori ad acqua." I colori arrivano forse da sua madre Anna Donnelly, irlandese e pittrice? "Il talento è un dono divino che viene dal buio. Scrivere, dipingere, è confrontarsi con l'ignoto." Entra dentro una stanza con il muro annuvolato di lilla. "Se penso che a scuola sputavo sui quaderni per cancellare." Apre le mani in un cerchio. "Vedi, l'ispirazione è un varco che si apre all'improvviso e tu catturi una cosa che non sapevi di possedere. Scrivo e credo di sapere dove vado. Illusa! A Roma lavoro duro. Mi infilzo l'anima. Sei ore al tavolino con le persiane quasi abbassate. Ho lo studio fuori casa." Nella sua camera campagnola c'è un letto bianco e grandi travi sul tetto. "Anche qui ci ho dipinto sopra un po' di calce." Entra ed esce con schizofrenia perfetta dalla scrittura, torna nella vita e poi si rituffa da dove è venuta. "Ho raccontato un uomo in prima persona. Per smascherarlo e poi proteggerlo. Come faccio con Sergio." Perché Timoteo racconta alla figlia in coma questa storia d'amore torbida ed estrema? "Perché crede che l'amore, cioè l'energia, sia l'unica maniera di tenerla in vita".
Continua a camminare per la casa come una libellula dalle ali elettriche. "Vuoi il té? Io ne bevo litri quando lavoro. E poi spignatto. I miei libri germogliano sempre dentro sughi, lieviti, torte." Finalmente arriviamo allo studio, furia di fogli. Lei ha detto che Italia, donna sciatta, sghemba, gambe secche, capelli decolorati, le assomiglia. "Dentro Italia c'è molto di me: la sua dimestichezza col dolore, la consapevolezza della miserabilità della vita. Ma anche il potere, la forza, la voglia. Vedi, io credo che la marginalità sia un osservatorio privilegiato. Che le persone abituate al buio vedono meglio. E raccontano più lucide le cose della terra. Ma poi diciamolo: la vita è fatta di sudiciume, di passioni sporchevoli, di odori, di fetori. Ma anche di speranze e di luci. Per questo nei miei libri molti si salvano. Perché nel marciume basta trovare il lapillo del sentimento e la miseria si accende." Guarda senza guardarla la foto di suo marito. "E" lui che mi permette di essere come sono. Un giorno abbiamo recitato insieme in Tre sorelle di Cechov. Dopo due anni ci siamo sposati."
Evocato, lo sposo arriva seguito da Pietro. "Hai mica visto il libro del bambino?" chiede. E lei risponde: "Ma proprio adesso?" Lui sposta fogli e foglietti. E anche Pietro. Sembrano due topini che frugano nella dispensa di una tigre. Dalla furia di carta a un certo punto esce perfino uno slip. Margaret, scoperta Italia, sorride divertita. Gli altri scappano. Tuo marito ha detto "La fedeltà è un gesto rivoluzionario". "Sì, oggi essere solo in due è la trasgressione più eccitante. E' bello." Il tramestio della ricerca ha scoperto grandi tomi di patologia medica. "Ho studiato parecchio. Le prime pagine sono zeppe di termini medici. Poi sono stata in un pronto soccorso. Una notte c'era un padre vicino alla barella con il figlio. Era senza un graffio. Perfetto. Ma morto. Il medico ghiacciato ha detto: "Crediamo che le funzioni vitali siano arrestate". Vedi, ci sono momenti in cui il linguaggio diventa una lama. Come era prima quello di Timoteo chirurgo, che però davanti al dolore si spoglia il cuore. E' un uomo che si piega davanti al fortori della vita." Fortori? Che vuol dire? "Non lo so" Il libro è ricco di eccessi di scrittura. Può sembrare il peccato invece è la chiave. "Certe volte la lingua non mi basta. Allora la reivento. La forzo. Anche la letteratura fa rinascere la realtà come vuole." Si dice che il uso sia un libro furbo: il melodramma, il padre e la figlia in coma... "Furbo? Perché scopre il sangue dell'anima di Timoteo e anche il mio? Perché racconta che l'amore non è sempre lindo ma può avere l'odore di un cane insepolto. Ho avuto tante lettere, è vero: donne ma anche uomini. Ognuno legge il libro come lo vuole. La letteratura alla fine ci risarcisce sempre. Una donna che ha perso un figlio ha scritto: "Non hai curato il mio dolore ma hai trovato un posto per lui vicino a te." La voce è piccola piccola. Dell'attrice Mazzantini non c'è più nulla. Ha ragione: scrivere è come stare sempre sul filo di un baratro. Se ci caschi dentro sei furbo? E lo Strega se lo aspettava? "Ci speravo." Ricordi della serata? "Nebbia. Ero obnubilata come il giorno del matrimonio." E suo padre c'era? Non risponde. Del padre Carlo Mazzantini, bravo scrittore di A cercar la bella morte, si parla molto per via del suo passato repubblichino. Questa volta si incendia: "Mio padre è andato a scuola quando Mussolini era l'adorazione. Poi a 16 anni è scappato per andare a Salò. Che vogliono? Hanno scritto perfino che sono andata a prendere il premio Città di Bari dall'amico Gianfranco Fini." D'improvviso ride e si diverte: "Io sono una donna di sinistra e i miei sponsor sono solo mio marito e Pietro Contento." E chi è? "Mio figlio. Anche Maria si chiama Maria Luce Contenta. Un augurio." E' pazza. Ma lo sa. "Noi siamo noi. Diversi come anime che si cercano." Infatti Pietro e Sergio la cercano. In un attimo siamo nel prato. Castellitto ha perso quell'aria da appassionato laico del film L'ora di religione di Marco Bellocchio. E' marito fiero. Insieme scrivono la sceneggiatura di Non ti muovere che sarà un film. "Ma io non ce la faccio a recitare Italia." Lui la guarda e ridacchia. Peccato: Margaret sarebbe una perfetta Italia. Castellitto un Timoteo preciso. E nessuno avrebbe da ridire se un marito e una moglie siffatti interpretassero il ruolo di amanti.
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