 |
Grazia del 27 novembre 2001, intervista di di Anna Gennari
Si è diplomata all'Accademia d'arte drammatica. Ha recitato il teatro classico e quello moderno. Poi la svolta. Margaret Mazzantini racconta perché ha scelto la letteratura. E perché ha voluto un uomo protagonista del suo nuovo libro: Non ti muovere. Storia di una passione cupa e segreta...
E' un fiume in piena. E pensare che avevamo letto tutto il suo ultimo libro, Non ti muovere (Mondadori, 295 pagine, 32.000 lire) e preparato con cura le domande per l'intervista. Ma non facciamo nemmeno in tempo a salutarci che lei è già partita in quarta. Non ti lascia quasi parlare. E' esuberante, entusiasta. Margaret Mazzantini, 40 anni, nata a Dublino e romana d'adozione, figlia dello scrittore Carlo Mazzantini (autore di libri autobiografici al centro di forti polemiche (I balilla andavano a Salò. L'armata degli adolescenti che pagò il conto con la storia, 1995, A cercar la bella morte, 1999) e moglie dell'attore Sergio Castellitto, è una furia della natura. Lo si capisce da come parla: velocissima. E da come scrive: una scrittura serrata, precisa, priva di autocompiacimento. Frasi scarne, brevi, potenti. Raccontano la storia di un medico chirurgo di successo che si ritrova al capezzale della figlia adolescente, in coma dopo un incidente in motorino. Distrutto dal dolore e dal terrore di perderla, incomincia a raccontarle di un amore passato e segreto per una donna che ha perso per sempre. E del figlio che avrebbe potutto avere con lei. Da qui parte il flash-back in cui vediamo il protagonista perdersi nella squallida periferia di una città per cercare Italia, una donna non bella, povera, violentata dal padre quando era adolescente. Una donna che lo strappa alla sua vita borghese, alla bella moglie, agli amici, alle sue certezze. Non ti muovere è il terzo romanzo della Mazzantini, dopo Il catino di zinco (Marsilio, Premio Selezione Campiello e Premio Rapallo) e Manola (Mondadori), diventato libro dopo il successo dell'omonima pièce recitata con Nancy Brilli.
Lei è nata a Dublino e..
Sì, ma in Irlanda ci sono stata pochissimo, 5 anni. Poi siamo venuti qui. Mio padre insegnava in Italia nelle università. Ho fatto l'Accademia d'arte drammatica, mi sono diplomata che non avevo neanche vent'anni e a vent'anni ero già sul palcoscenico. Ho esordito con Ifigenia per la regia di Ado Trionfo e da allora ho fatto praticamente tutte le eroine del teatro drammatico da Antigone a Margarethe, nel Faust. Ho lavorato al Piccolo di Milano, ma sporattutto allo Stabile di Genova, dove ho conosciuto Sergio. Recitavamo in Tre sorelle, di Cechov. Io ero Irina, lui Tusembach, l'amore era fatale.
Ma il teatro in realtà non era la sua vera...
La letteratura era una vocazione più forte. Ma non lo sapevo. Era qualcosa che viveva murata dentro di me. Poi è esplosa. Avevo un occhio narrativo, quello sì, che per me vuol dire capacità di introspezione: osservavo, scrutavo, registravo ciò che vedevo. In realtà scrivere non è tanto mettersi al tavolino o al computer. Lo scrittore scrive altrove: quando guarda, quando percepisce le cose del mondo...
Ha risolto una bella contraddizione: recitare e scrivere sono due professioni che non hanno nulla in comune...
Il talento d'attore ce l'ho, ma è vero che ho vissuto il palcoscenico in modo schizofrenico: perché espormi ed esibirmi non è la mia natura. E poi c'è il fatto che il teatro, quello autentico, sta scomparendo. Oggi il teatro scimmiotta la televisione, è promiscuo, mescola tutti i generi. Io vengo dalla tradizione seria, quella dell'Accademia, della scuola, quella dei grandi autori e dei grandi registi come il cecoslovacco Otmar Krejka, che ha diretto Sergio e me sia in Tre sorelle che in Signorina Giulia. Ma sono eccezioni, ormai. Quel che ti propone il mestiere oggi è altro: bisogna sgomitare continuamente, farsi notare, cercare l'apparizione in televisione. No, non è la mia storia.
Scegliendo la letteratura lei ha scelto l'innocenza?
Io sono sempre stata innocente, perché ho un carattere molto forte. sono anche molto vulnerabile, intendiamoci, ma so esattamente quali sono i miei valori, i miei punti fermi. Non sono mai stata attaccabile. E' stata una scelta interiore quella della letteratura, nata da una crisi profonda, da una mancanza... E quando ho incontrato Sergio e ci siamo innamorati così fortemente, ho sentito che continaundo a fare entrambi gli attori, ci saremmo persi. Dovevo fare una scelta. E quando l'ho fatta si è scatenato un vortice di pensieri. Nella vita le cose bisogna lasciarle affiorare, bisogna rischiare: se ti neghi questa possibilità diventa una vita di strazio e insoddisfazione. Invece ora faccio ciò che mi piace: vado in giro a sentire e odorare la vita e a coglierne il senso tragico: che fa assolutamente parte di me. Del resto non potrei mai scrivere quello che scrivo se non percepissi la tragicità della vita. Ma proprio per questo sono anche molto spiritosa, ironica. Non mi piacciono quelli che si prendono sul serio. E scrivere mi dà anche la possibilità di stare con i miei figli, la prima cosa della mia vita. Sergio e i miei figli sono al primo posto.
Perché, dopo Manola, che era un libro ironico, ha scritto questa storia così tragica, un po' torbida...
Non è tragica. Ha un risvolto drammatico molto forte, semmai. Torbida? Proprio no. E' invece un libro pieno di pietà, come tutte le cose che scrivo. Manola è stata una bella vacanza, ha avuto un immenso successo teatrale, ma Non ti muovere è altro. E la grande cosa di questo libro, la grande novità, è che il protagonista è un uomo che parla in prima persona. Un uomo che si mette a nudo, che confessa il suo dolore e il suo senso di colpa.
Perché ha fatto questa scelta? Per farla finita con la divisione tra letteratura femminile e maschile?
Anch'io sono stufa di questa differenziazione. A me interessano le persone e gli autori che sono capaci di suscitarmi qualcosa di autentico, di vero. Mi hanno detto che scrivo come un uomo per via della mia scrittura così simbolica, così visionaria e forte, anche nelle parole. E' vero che c'è del sesso nel mio libro, ma non è né pretestuoso né volgare. Ci sono certi romanzi "al femminile", "zuccherini" e costruiti che, invece, volgari lo sono veramente. E poi, la letteratura è una sola. La signorina Elsa è un capolavoro della psicologia femminile scritto da un uomo: Arthur Schnitzler.
Pensa che gli uomini potranno riconoscersi nel suo protagonista?
Spero di sì. Non ci ho pensato. Per me la scrittura è un processo medianico, non so da dove mi arrivano le cose. Non sono una manipolatrice di materiale letterario, sono una che scrive sulle cose della vita. E si sente. Volevo infatti un personaggio che avesse a che fare con la vita umana, per questo ho scelto un chirurgo: qualcuno che taglia, cuce, ricompone, che non ha rapporti coi pazienti, perché gli arrivano sul tavolo già anestetizzati. Eppure quest'uomo "anestetizzato" è capace di tirar fuori l'amore dalle sue viscere, di affrontare la sua parte oscura, animale, di entrare in contatto con il se stesso più vivo. Ed è Italia, una donna che all'apparenza non vale niente, quella che gli spalanca la voragine. Lui infatti dice: "Faceva parte di me come una coda preistorica", qualcosa che il protagonista ha dimenticato nella sua evoluzione. Lui, che è così trattenuto, borghese, anche vile e ipocrita, trova questa creatura capace di stare nel mondo e di porsi per quella che è. Infatti il protagonista ha paura di lei, la vorrebbe cancellare, distruggere, piegare.
Perché ha voluto far coincidere una passione d'amore autentica proprio con i bassifondi, la "preistoria" e la paura? E' una critica alla borghesia o una metafora psicoanalitica?
Non sono mai ideologica, non voglio far passare messaggi. Ho scritto quello che ho sentito: che il mondo borghese è un mondo emancipato. Italia, invece, è una creatura evoluta. Perché ha una luce dentro di sé. E una grande capacità di amare. Non solo. Il protagonista ha sentito l'odore della povertà, quando era ragazzino. E la miseria fa paura. Per questo all'inizio maltratta Italia. Ma in lei si riconosce. Il mio è un libro d'amore. C'è dolore, c'è sacrificio, ma è anche pieno di cose belle, lievi. Di speranza.
Speranza di diventare migliori?
Nel mondo di oggi si preferisce la farsa: la farsa della vita e dei sentimenti. Non si ha più il coraggio di innamorarsi veramente. L'amore è una lotta dell'individuo contro se stesso, qualcosa che ti scaraventa lontano dal tuo sé, che è capace di rivoluzionare la tua esistenza. E chi ha più voglia di rischiare?
Lei si identifica con Italia?
E' un personaggio che mi segue da sempre. A me interessa il borderline. Mi interessano quelle persone che non si sa bene da che parte stanno. Quelle donne, per esempio, che hanno il cappottino sistemato, quelle a cui ti sembra che il destino non abbia riservato nulla. Invece, se le guardi, vedi che c'è tutta una vita che è passata, lasciando segni precisi. Sono persone che hanno una luce dentro, qualcosa di misterioso che potrebbe affiorare. Io, certo, faccio parte di un mondo borghese, ma se devo identificarmi con qualcuno mi identifico con Italia, che ha qualcosa della mia anima. Forse, così, cerco di rendere giustizia a queste piccole persone.
|