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L'Espresso n° 42, ottobre 2003, intervista di Stefania Rossigni
Scrittrice, attrice, moglie, madre, figlia, ma soprattutto appassionata della realtà. «Il mio sguardo è sempre ad altezza d'uomo, riesco a vedere in profondità»
Margaret Mazzantini è una bella signora che regna sul caos. L'hai immaginata eterea e snob, come nelle fotografie. La scopri terrena e incasinata tra operai che danno gli ultimi tocchi alla ristrutturazione di un bellissimo villino liberty nel centro di Roma, sirene d'allarme che scattano senza motivo, telefonate di nipoti che chiedono di essere accompagnati in piscina, suocere che arrivano senza preavviso e vanno prelevate alla fermata dell'autobus, domestiche che offrono un impeccabile tè, figli che tornano da scuola e vogliono subito il ciambellone di mamma, preferibilmente farcito con Nutella. Chi ricorda il clima dell'"Eterna illusione" di Frank Capra si aspetta da un momento all'altro un ospite che confeziona fuochi artificiali in cantina. Ma la bella signora è nel suo elemento e inserisce facilmente la nostra intervista sentimentale nel clima vorticoso di tutto l'ambiente. Ha saputo da poco che il suo romanzo "Non ti muovere" ha toccato l'incredibile tetto di un milione di copie. Non ne sembra troppo colpita. Prima di lei solo Tamaro ed Eco sono arrivati a tanto con un solo titolo. Faccia almeno qualche salto dì gioia.
«Certo che sono contenta. Sono due anni che vivo questo successo come una lunghissima carezza. Ma sa qual è la cosa che mi ha dato maggior felicità?».
Provo a indovinare: il premio Strega?
«Lo Strega è stato un riconoscimento importante, ma i premi si vincono con un lavoro d'équipe: organizzazione, grande editore e, naturalmente, anche un buon libro. No, la cosa di cui sono più soddisfatta è l'edizione economica del mio romanzo. L'ho voluta fortemente, costa cinque euro e ci si guadagnano zero lire, ma si raggiungono persone che non entrerebbero mai in una libreria».
Insomma, vuole la grande popolarità intellettuale?
«Neanche per sogno. Voglio solo che mi leggano in molti. Sono molto fiera del fatto di non essere facilmente riconoscibile. Tante volte per strada vedo delle persone con in tasca il mio libro, sono di fronte a me e non mi dicono niente. È una cosa bellissima. Se mi togli questo anonimato, mi togli tutto».
Eppure ha cominciato come attrice. Avrà pure cercato la notorietà.
«Meno di quanto si pensi e poi ho smesso da tempo di recitare. Ogni tanto sospetto che questo ricordare sempre il mio passato di attrice sia usato per abbassarmi come scrittrice. Non voglio la visibilità perché mi interessa avvicinare la gente, mischiarmi con il mondo, accalcarmi negli autobus, stare tre ore a parlare con una barbona».
Per fare che cosa?
«Per scrivere della vita. Non sono una manipolatrice di materiali letterali, non so niente che non appartenga al mio sentire. Il mio sguardo è sempre e solo ad altezza d'uomo. Io penso di sapere qualcosa là, in quel punto, non so perché lo so, ma mi struggo in questo sapere».
Mazzantini, se lei non sta recitando, è davvero una strana persona.
«Perché strana? Vedere tutto, vedere in profondità è sicuramente un dono che ti aiuta nell'arte, ma nella vita ti fa solo soffrire. Io posso scrivere perché sento le cose che palpitano e ne sono ferita. Quando incontro una donna ai semafori con un bambino addormentato in braccio, io piango. La prossima volta che vedo Veltroni gli devo dire di fare al più presto qualcosa».
Si è mai chiesta da dove le viene tutto questo pathos?
« Non so, ho sempre avuto una grande energia, ma sono anche sempre stata molto vulnerabile, lenta, un po' inadatta.
Quando recitavo mi sentivo come un vaso che conteneva mondi poetici di altri. Forse già allora cercavo il mio».
Però c'è un padre scrittore nella sua vita...
«Già, mio padre. È stato quarant'anni a scrivere lo stesso libro. Viveva celato nel suo studio, ma ogni tanto scendeva, ci leggeva febbrilmente dei pezzi e si commuoveva... Sì, forse il pathos mi viene da lì. Mio padre era un uomo lacerato che cercava nella scrittura una catarsi. Raccontarle questa cosa mi pesa un po': è stata usata troppe volte malamente nei miei confronti».
Perché?
«Perché mio padre si chiama Carlo Mazzantini, a 17 anni è stato a Salò e per il resto della vita ha sentito l'onta della storia sulla schiena. Ha raccontato tutto nel suo libro "A cercar la bella morte"».
È un libro importante, che ha aiutato a capire le scelte impulsive di quei ragazzi. Lei ha sofferto di aver avuto un padre fascista?
«No, perché da adolescente, quando ero vicina a Lotta Continua, mio padre era tutto a sinistra. Lui è sempre stato una persona estrema. Quando avevo quattro anni ci ha portato a vivere in campagna, a Tivoli. Andava ogni giorno a lavorare come redattore alla Treccani e noi, quattro sorelle e mia madre, che è una dolcissima pittrice irlandese, stavamo sempre lì, a coltivare l'orto, il granturco, ad allevare conigli. Era un mondo molto chiuso che, visto con gli occhi di oggi, mi ha dato molto».
Che cosa?
«La capacità di stare senza fare, con i tempi lunghi e dilatati della campagna. So che una parte della mia creatività viene da quei tempi morti. Per questo non faccio fare ai miei tre bambini troppe attività extrascolastiche. Li tengo lontani da quella frenesia di computer, inglese, scherma, equitazione. E regalo loro lo spazio mentale dell'ozio».
C'è un altro uomo nella sua vita che avrà pure il suo peso. Suo marito Sergio Castellitto.
«Sergio è stata la prima persona che mi ha accarezzata e mi ha detto "Puoi stare tranquilla, ti devi rilassare". Stiamo insieme da 19 anni».
Un record per i tempi. Ancora di più per l'ambiente dello spettacolo. Come ci siete riusciti?
«Credo che il segreto stia nel fatto che non siamo una coppia simbiotica. Abbiamo due individualità distinte e abbiamo sempre mantenuto una riservatezza reciproca. I miei genitori mi avevano trasmesso un'immagine di coppia appassionata che anteponeva il proprio amore ai figli. Noi riusciamo ad amarci, mettendo al primo posto i nostri bambini».
Basta per durare?
«E molto, ma poi c'è anche tutta la nostra complicità. Quando ho capito che due attori, alla lunga, si sarebbero persi, ho smesso di recitare. Per anni sono vissuta nella sua ombra, ma non mi pesava perché intanto facevo quello che mi piaceva di più, osservavo il mondo. Poi ho cominciato a scrivere, sette anni per fare il primo libro, e Sergio mi ha guardato con occhi nuovi: forse neanche lui si aspettava tanto da me. Ora sta girando il film tratto dal mio libro. Abbiamo scritto insieme la sceneggiatura».
Tutto nella sua vita gira al meglio. Sente di vivere una stagione speciale?
«Forse sì, ma sono già tesa verso un altro romanzo. Con "Non ti muovere" mi ero svuotata di tutto. Ma ora posso ricominciare a ramazzare nel mio inconscio. Là c'è il sentire e il dolore. C'è la meraviglia di una farfalla e l'idea orribile che un giorno quello splendore della mia bambina, che oggi ha due anni e mezzo, sarà una vecchia e dovrà morire. È per questo che scrivo».
Mazzantini, lei è mai andata in analisi? «Perché me lo chiede?» Perché ha raccontato un contatto eccessivo con se stessa.
«No, non ci sono andata, né ci andrò mai. Uno scrittore lavora anche sulle sue parti misteriose. Se cominci a correggere quelle, sei finito. Come diceva qualcuno, forse Kafka: "Non voglio perdere i miei demoni. Ho paura di perdere i miei angeli"».
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